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Pin Fabriano – Pesaro

La sindrome della capanna: quando tornare alla normalità fa paura

La sindorme della capanna

Dopo il lockdown, provate paura all’idea di uscire? Provate ansia al sol pensiero di riprendere i vostri impegni, al di fuori della vostra casa? Avete la sensazione che tutto ciò di cui avete bisogno si trovi tra le vostre mura domestiche?

Se molte persone sono riuscite gradualmente a ritornare ad una presunta normalità, molte altre stanno faticando più del previsto. In alcuni casi hanno sviluppato una vera e propria sindrome che prende il nome di sindrome della capanna e che rappresenta il contraccolpo psicologico delle esperienze dei mesi scorsi. 

Che cos’è la sindrome della capanna

L’effetto collaterale più evidente conseguente al lockdown per molti è stata la cosiddetta sindrome della capanna o del prigioniero, una condizione emotiva che, secondo la Società Italiana di Psichiatria, sta colpendo circa un milione di italiani.

Questa sindrome sembra essere caratterizzata da un senso di smarrimento che spinge la persona a voler continuare a restare nel proprio rifugio e a non voler così varcare la soglia della propria casa. A tal proposito, è bene sottolineare come questo non sia un disturbo psicologico, ma una reazione emotiva naturale.

Dopo aver trascorso giorni e giorni nella nostra casa, lontani dal resto del mondo, il nostro cervello si è in un certo senso abituato a quella sicurezza e protezione che abbiamo ritrovato. Ma non solo: gli effetti del coronavirus sull’economia e le incertezze professionali che ne sono derivate, hanno intaccato anche le sicurezze di moltissime persone che, pur di non far ritorno ad una realtà più difficile da affrontare, ha preferito propendere per una permanenza sicura tra le mura di casa propria.

 C’è anche un altro aspetto da considerare, ovvero la paura del contagio: insomma il Coronavirus c’è ancora, e quindi anche il rischio di contagiarsi. La paura quindi di ammalarsi non è certo scomparsa, ed è comprensibile che in alcuni si possa sviluppare una sorta d’insicurezza al sol pensiero di dover uscire.

Il timore poi che anche i propri cari possano ammalarsi, magari per “causa nostra”, destabilizza e per questo proviamo maggior sollievo rimanendo a casa.

Tra gli effetti di tale condizione vi è quindi un rifiuto di tornare alla normalità, ai rapporti interpersonali, una sfiducia nei confronti dell’altro che alimenta un livello di ansia e stress. La condizione di isolamento vissuta nei mesi precedenti, può averci indebolito da un punto di vista psicologico e portato ad avere paura di tornare a vivere.

A questo si aggiunge anche un marcato senso di malinconia per la convinzione di non ritrovare più il mondo che si conosceva prima.

Come ripristinare un senso di benessere?

Innanzitutto è importante accettare le emozioni: dopo il lungo periodo di isolamento che abbiamo sperimentato, è naturale essere scossi emotivamente. Quindi quello che stiamo provando è del tutto naturale. Per questo è importante prendersi cura di noi stessi e dei nostri bisogni.

Stabiliamo degli obiettivi e gestiamo in modo ottimale il nostro tempo così che le preoccupazioni non avranno “spazio né tempo” per nascere, più che preoccuparci… occupiamoci: leggere, parlare, cucinare o coltivare i propri hobby, curare le piante, occuparci degli animali domestici, contattare parenti e amici. A tal proposito possiamo organizzare una nostra routine, in cui possiamo dedicarci al lavoro, alla casa e all’attività fisica.

Sarebbe importante cercare di trasformare in positivo quello che ci è accaduto: non abbiamo forse avuto modo di riflettere sul vero valore della vita? Non abbiamo forse imparato a dare importanza alle cose e alle persone che la meritano davvero?

Insomma, in questo periodo abbiamo imparato a rinunciare al superfluo: bisogna guardare anche l’altra faccia della medaglia.

Per il resto, datevi tempo, le sensazioni che provate, hanno ragione d’esistere. Non alimentate però le vostre paure e le vostre ansie, affidandovi magari a fonti di informazione distorte, non veritiere o che hanno solo lo scopo di spaventarvi, più che informarvi.

 Ma soprattutto concedetevi del tempo: se non volete uscire oggi, va bene.

Lo potete fare domani o quando vi sentirete davvero pronti, iniziando magari a fare una bella passeggiata, a contatto con la natura, per sentire nuovamente la bellezza del poter uscire e del farsi accarezzare dal vento. Per sentirci protetti bisogna continuare a fare cose realistiche e concrete, quelle che abbiamo imparato in questi mesi, come mantenere una distanza di sicurezza dagli altri, lavarsi spesso le mani senza temere di esagerare, limitare i contatti fisici anche tra familiari, utilizzare le mascherine dove indicato e necessario.

Cosa fare per ridurre gli effetti della sindrome della capanna?

Innanzitutto evitate per esempio di passare molto tempo a letto: questo non vi aiuta.

L’idea di uscire da casa vi terrorizza? Non riuscite proprio a varcare la porta di casa?

Cercate supporto: fatevi aiutare da un professionista, anche questo significa sapersi ascoltare.

Attraverso un percorso terapeutico potreste anche risolvere dei disagi pregressi, che magari non avete ancora elaborato.

Impariamo dunque ad ascoltarci, attivamente, e le nostre paure ci lasceranno liberi di vivere al meglio la nostra vita.

Dott.ssa Cecilia Lombardini, Psicologa Clinica e Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale specializzata presso l’Istituto di Terapia Cognitivo e Comportamentale di Padova. Membro della Società Italiana Psicologia dell’Emergenza (S.i.p.e.m) e Cultore della materia presso la cattedra di “Teorie e tecniche della mediazione “, Corso di Laurea Triennale in Scienze e Tecniche psicologiche all’Università “Carlo Bo” di Urbino, altresì Practitioner Counseling riconosciuto dalla Società Italiana di Counseling (S.I.C.o) presso la Scuola di Counseling A.I.P.A.C. (Associazione Italiana di Psicologia Applicata e della Comunicazione) di Pesaro.

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