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La sindrome della crocerossina

La sindrome della crocerossina è un modello relazionale molto diffuso, soprattutto nelle donne, che porta a scegliere partner o persone “da salvare”, bisognose di cure e attenzioni costanti. Dietro questo comportamento non c’è solo altruismo: spesso si tratta di un bisogno profondo di sentirsi utili e indispensabili e degni d’amore.

Come riconoscere la “Sindrome della crocerossina”

Chi vive questa dinamica tende a:

  • scegliere partner problematici o emotivamente fragili o da aiutare in qualcosa;
  • rendersi disponibili sin da subito, anticipando anche il bisogno dell’altro in maniera anche del tutto non richiesta
  • sacrificare i propri bisogni pur di sostenere l’altro;
  • sentirsi in colpa se si smette di “aiutare”;
  • vivere relazioni squilibrate, basate più sul dare che sul ricevere.

Perché si diventa “crocerossina”

Questa modalità relazionale affonda spesso le radici nell’infanzia. Bambini generalmente empatici, con una sensibilità spiccata, che hanno ricevuto amore solo se “bravi” o se si prendevano cura degli altri, oppure bambini iper-responsabilizzati e adultizzati sin da piccoli che hanno dovuto prendersi cura di genitori emotivamente immaturi. Es. bambini che consolavano genitori mentre piangevano o che trovavano soluzioni ai problemi dei genitori.

Questi bambini sono bambini che portano sulle spalle il peso del mondo, dei pesi, dei macigni e delle responsabilità non congrue con la loro età e di certo non di loro competenza.

Se da subito il rendersi conto di essere stato d’aiuto al genitore crea un certo livello di soddisfazione nel bambino e senso di controllo della situazione, che gli permette di uscire da quel senso di impotenza sopraffacente. Di lì a poco, si trasforma in un meccanismo non così produttivo, il bambino tenderà a vivere intensi stati d’ansia, in quanto vuole controllare / gestire lo stato d’animo o una situazione che dipende dall’altro. Cresce quindi l’angoscia di non riuscire a gestire la situazione, aumenta il controllo, il senso di colpa se non riesce nell’intento.

Con il tempo, il bambino interiorizza l’dea che “valgo” / “sono degno d’amore” solo se “salvo qualcuno” / “sono d’aiuto” / “servo a qualcosa”. Quindi imparerà a sintonizzarsi più con l’altro, che nel comprendere sé stesso! Ciò si trasforma in un copione che poi si ripete nelle relazioni adulte. Crescendo tenderanno a prediligere lavori in cui poter mettere in campo questa caratteristica, come le professioni d’aiuto. Nella coppia sono persone molto disponibili, accudenti e materne, che si annullano per l’altro.

Le conseguenze della “sindrome della crocerossina”

A lungo andare, la sindrome della crocerossina genera stanchezza emotiva, frustrazione e insoddisfazione. Si rischia di perdere il contatto con i propri desideri e bisogni, di restare intrappolati in rapporti tossici e di confondere la dipendenza affettiva con l’amore. Le conseguenze possono essere su più livelli:

  • EMOTIVO E PSICOLOGICO
    • Senso di vuoto e frustrazione: dare costantemente senza ricevere può portare a sentirsi svuotati, non visti e non apprezzati.Ansia e senso di colpa: la persona vive con la paura di non fare abbastanza per l’altro e prova colpa se pensa a sé stessa.
    • Autostima fragile: il valore personale viene misurato solo sulla base dell’utilità e della capacità di “salvare”. E in generale stando nel fare, nel portare a termine le cose, nell’essere produttivi, come rinforzo costante per l’autostima di per sé fragile.
  • RELAZIONALE
    • Relazioni tossiche: la dinamica di “salvatrice-bisognoso” crea rapporti sbilanciati, spesso con partner manipolatori o emotivamente indisponibili.Dipendenza affettiva: la crocerossina lega la propria identità all’altro, diventando incapace di immaginare sé stessa al di fuori della relazione. Per cui tutto ruota attorno al partner.
  • PRATICHE NELLA VITA QUOTIDIANA
    • Stanchezza cronica ed esaurimento emotivo: la costante tensione nel “dover aiutare” consuma energie psicologiche e fisiche.Negligenza verso sé stessi: i bisogni personali vengono messi all’ultimo posto, aumentando il rischio di burnout emotivo.
    • Difficoltà a prendere decisioni autonome e conoscersi davvero: tutto ruota intorno al benessere dell’altro, e questo impedisce di coltivare obiettivi e desideri personali. A volte, manca proprio la capacità di ascoltarsi e capire cosa ci piace e cosa no.

Come uscirne

Gli schemi relazionali disfunzionali si possono consolidare nel tempo, costringendo la persona in un ciclo di relazioni insoddisfacenti e stantie, impendendo la costruzione di rapporti equilibrati e autentici). La buona notizia è che si può cambiare. Alcuni passi utili sono:

  • Aumentare la consapevolezza: riconoscere i propri schemi è il primo passo.
  • Imparare a dire no: i confini sani non sono egoismo, ma tutela di sé. Ciò richiede affrontare il senso di colpa che si attiva ogni qualvolta il rispetto di un nostro bisogno ci allontana dall’esaudire le richieste altrui.
  • Coltivare l’autostima e l’amor proprio: sentirsi meritevoli di amore senza dover “guadagnare punti”, a prescindere da ciò che si fa o non si fa per l’altro.
  • Prendersi del tempo per stare da solo/a e coltivare la propria individualità.
  • Chiedere supporto psicologico se ci sentiamo intrappolati e non riusciamo a uscirne: un percorso terapeutico aiuta a sciogliere le radici profonde di questo schema.

Riconoscere la sindrome della crocerossina significa aprirsi alla possibilità di relazioni più equilibrate, autentiche e nutrienti, basate non sul bisogno, ma sulla scelta reciproca.

Sono la Dott.ssa Sara Appoloni, psicologa, psicoterapeuta cognitivo comportamentale e mediatrice familiare. Terapeuta EMDR. Istruttrice di interventi basati sulla mindfulness in formazione ed esperta in mindfulness psicosomatica. Membro del direttivo regionale della Società Italiana Terapia Comportamentale e Cognitiva (2018-2021). Offro colloqui di psicoterapia e sostegno psicologico a bambini, adolescenti, adulti e coppie, sostegno alla genitorialità e mediazione familiare. Disponibile anche per la terapia online.

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