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7 fattori di rischio che impediscono il processo di elaborazione del lutto

7 fattori di rischio che impediscono il processo di elaborazione del lutto

Vivere un lutto per la morte o separazione da una persona cara sono esperienze molto soggettive e personali. In questo articolo ci concentreremo soprattutto sul lutto, vissuto come perdita di una persona venuta a mancare.

Spesso chi si trova costretto ad affrontare questa esperienza di perdita pensa che non sarà in grado di superare questo momento, il dolore è troppo forte e intenso. Il pensiero successivo è che non ritornerà mai più come prima, in quanto l’evento in se per se ha segnato in modo indelebile la propria vita!

Il lutto, per quanto doloroso sia, fa parte di un processo fisiologico. Già da quando nasciamo sappiamo che il ciclo della vita prevede anche la morte. Tante volte vediamo e sentiamo di persone attorno a noi che perdono una persona cara! In qualche modo siamo preparati e sappiamo che prima o poi potrà toccare a noi. Ma poi quando capita a noi sembra crollarci il mondo addosso! Ci chiediamo: “perché è accaduto proprio a me”?

Spesso la prima reazione che abbiamo è di rabbia, che può essere rivolta contro di noi, se ci sentiamo in colpa di qualcosa, per non aver fatto abbastanza per la persona cara. Oppure rivolgiamo questi sentimenti negativi contro gli “altri”, in quanto pensiamo che non abbiano fatto abbastanza per la persona cara e quindi la nostra rabbia si scaglia contro il personale sanitario per una possibile negligenza, oppure contro qualche familiare per non aver chiamato subito i soccorsi, oppure contro altre ipotetiche persone per aver scatenato un incidente, oppure contro “Dio”.

Un lutto può essere paragonato ad una ferita: anche la ferita più profonda se la curiamo adeguatamente, con il tempo necessario, tenderà a cicatrizzarsi e quello che ne rimarrà sarà soltanto la cicatrice, che ci accompagnerà sempre e ci ricorderà quello che abbiamo passato. Ma come una cicatrice, se proviamo a passarci sopra con un dito, ci accorgeremo che non fa più male, non sentiamo più il dolore fisico, anche se rievocando quel ricordo ci riaffiora la tristezza e il dolore ad esso correlato, ci accorgiamo che quel dolore non è più intenso come lo era originariamente, è un dolore più tollerabile, che riusciamo a sopportare e in certi momenti riusciamo anche ad “accantonare”, continuando a vivere la nostra vita senza sensi di colpa. Contrariamente a quanto pensavamo all’inizio riusciamo ancora a vivere dei momenti di gioia e di piacere.

Un elemento imprescindibile è il tempo, una variabile non quantificabile, quando stiamo male vorremmo che il tempo passasse più velocemente possibile e che lo stato doloroso duri il meno possibile, invece sentiamo come se il mondo esterno continuasse ad andare avanti, mentre noi siamo sempre allo stesso punto di partenza, come se per noi il tempo si fosse fermato!

Ogni persona ha bisogno del suo tempo, un tempo che non è definibile a priori, varia a seconda della propria storia personale, della tipologia di lutto, a seconda del tipo di legame affettivo con la persona che è venuta a mancare, a seconda delle proprie risorse personali e sulla base dei fattori protettivi e di rischio.

I fattori di rischio che potrebbero dilatare il tempo necessario per l’elaborazione del lutto e in alcuni casi favorire un “lutto non risolto” con dei correlati patologici sono:

  1. Lutti multipli, ovvero non aver avuto il tempo di superare un lutto che subito dopo ne succede un altro.
  2. Mancanza di una rete di supporto sociale, isolamento, non aver la possibilità di avere le persone care attorno che fungono da importante sostegno emotivo.
  3. Non aver la possibilità di svolgere i rituali “sociali” come il funerale, oppure non vedere la persona defunta.
  4. Una morte improvvisa, inaspettata e contraria a quello che ci aspetteremmo, come ad esempio la morte di un figlio, che rappresenta una morte contro natura. In genere, le morti associate ad incidenti, omicidi, suicidi, catastrofi naturali, attentati hanno una più alta probabilità di tradursi in un lutto complicato.

Un eccessivo ed esasperato ricorso a queste strategie:

  1. Tendenza all’evitamento e far finta che non sia successo nulla, andare avanti nella propria vita senza una minima reazione, senza parlarne come se nulla fosse successo. Pertanto questa tendenza a sopprimere o ad evitare le emozioni correlate al lutto può portare con maggiore probabilità a vivere il “lutto ritardato”, un tipo di cordoglio in cui le normali reazioni al lutto compaiono con un notevole ritardo rispetto all’evento, in quanto l’espressione del cordoglio verrebbe lungamente inibita. Inoltre anche una “ruminazione eccessiva”, definita come il focalizzarsi passivamente e ripetutamente sui propri sintomi di stress e sulle circostanze relative a quei sintomi sembra essere associata a periodi più lunghi di umore depresso.
  2. Ricerca del piacere per sedare il proprio dolore, come ad esempio uso e abuso di farmaci, sostanze, alcol o trovare consolazione nel cibo, sono dei mezzi di autogratificazione, che “riempiono” illusoriamente il vuoto generato dalla perdita e ci allontanano momentaneamente dalla realtà dolorosa della perdita.
  3. Strategia della distrazione, ovvero impegnarsi eccessivamente in attività come il lavoro, la scuola, preclude pensieri o sentimenti riguardanti il defunto. Un’ulteriore possibile forma di distrazione è quella di assumere comportamenti impulsivi o fughe. Si manifestano come delle decisioni improvvise che implicano un cambiamento importante (per es. vendere una casa o avere un rapporto con una persona nuova).

Tutti questi fattori di rischio possono ostacolare un’adeguata elaborazione del lutto!

Sono la dott.ssa Pamela Appoloni,  Psicologa clinica, esperta nei disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) e psicoterapeuta cognitivo comportamentale dell’adulto e dell’età evolutiva. Training di 1 livello EMDR. Svolgo colloqui psicologici e psicoterapici individuali, di coppia e familiari. Offro sostegno psicologico a bambini, adolescenti e adulti. Effettuo colloqui on-line.

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